Mio figlio ha fatto un film
I corti scolastici: come e perché; i corti professionali: come e perché; girare a Bolsena.
Forse avrete già sentito la frase che dà il titolo a questa newsletter o addirittura potreste averla detta voi a parenti o amici: è una delle conseguenze dello sviluppo della tecnologia nell’ambito audiovisivo di cui si parla di meno ma che, probabilmente, sta cambiando di più la percezione tra le generazioni più giovani di cosa voglia dire fare un film. Oggi è possibile iniziare a “fare film” a costi molto più bassi che in passato, con tecnologie e strumenti più accessibili e soprattutto progettati per essere utilizzati in modo più intuitivo: anche chi non ha grandi competenze tecniche specifiche può girare e montare “qualcosa”. Se si riesce ad avere una guida e un aiuto nella parte ancora (per poco?) meno tecnologica e più complessa, ovvero la scrittura, il più è fatto. Oggi il luogo dove più frequentemente si inizia a “girare qualcosa” è quello in cui i ragazzi e le ragazze passano la maggior parte del loro tempo: la scuola.
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Cinema e immagini per la scuola
Ma cosa si gira a scuola e soprattutto perché? La prima risposta è semplice: si realizzano cortometraggi. Ogni anno nelle scuole italiane vengono girati tanti, tantissimi corti e non è facile rendersene conto se non si hanno figli studenti perché questi film non hanno una circolazione oltre il mondo della scuola e quasi mai escono dall’ambito dell’istituto in cui sono stati girati. Tuttavia, anche se questi progetti non nascono – lo vedremo poco più avanti – per essere distribuiti, chi li promuove fa molti tentativi per farli vedere a più persone possibile, in particolare cercando di essere selezionato nel circuito dei festival.
Ogni anno cresce il numero dei “corti scolastici” che si iscrivono alle selezioni dei festival, cercando ostinatamente un palcoscenico diverso da quello per cui sono stati pensati e spingendo i festival a prevedere quote di iscrizione per dissuadere dalla proposta di film inselezionabili. Questi film brevi nascono per educare gli studenti e le studentesse a conoscere il linguaggio cinematografico e per promuovere l’attitudine a collaborare in gruppo per realizzare un obiettivo comune: il risultato finale non vuole e non può essere – sarebbe davvero ingiusto chiedere tanto – un cortometraggio professionale e della qualità tecnica e artistica necessaria a entrare nella selezione dei festival. Iscrivere un corto scolastico a un festival che non preveda una sezione dedicata è un atto di presunzione e di mancanza di giudizio che non può essere imputato a chi ha partecipato al laboratorio ma è sempre un’iniziativa di chi quel laboratorio lo ha promosso o diretto. Il cinema non si improvvisa: scrivere, girare, recitare, realizzare l’ampio lavoro di post produzione sono azioni per cui servono una preparazione e un’esperienza professionali.
Fun fact: l’anno scorso un insegnante ci ha scritto chiedendoci di fargli iscrivere gratuitamente i suoi cortometraggi; gli abbiamo proposto di mandarci via e-mail quello che riteneva più adatto; ne ha mandati 21 dicendo che per lui erano tutti validi – oltre 3 ore di visione, se li avessimo voluti vedere anziché accontentarci dei primi 3 minuti di due o tre corti scelti a caso. Alla mancata selezione è seguita anche una e-mail di protesta.
Ma facciamo un passo indietro: abbiamo visto cosa si gira nelle scuole, andiamo adesso a vedere il perché. Da vari anni il MIC e il MIM hanno promosso il CiPS: sembra uno scioglilingua, vero? E invece il Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola è stato introdotto e riccamente finanziato dal Ministero della Cultura e dal Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Ogni anno escono bandi aperti alla partecipazione delle scuole e delle associazioni interessate a proporre progetti per le scuole. La richiesta base dei bandi è proporre ai partecipanti una parte teorica di alfabetizzazione cinematografica che li aiuti a capire il linguaggio delle immagini, corredata a volte da un’introduzione alla scrittura cinematografica. C’è poi una parte pratica che, in quasi tutte le proposte, consiste nella realizzazione di un cortometraggio girato dagli studenti. Est Film Festival ha collaborato a due progetti CiPS ma anziché realizzare un film – cosa che non sappiamo fare – abbiamo lavorato con ragazzi e ragazze nel fare quello che sappiamo fare: realizzare un festival (qui qualche informazione in più sull’esperienza). Certo, un cortometraggio resta e può sembrare essere una proposta più concreta e tangibile mentre un’esperienza passa ma, se lo scopo è didattico ed educativo, non c’è differenza tra il primo e la seconda.
Insomma, per farla breve: si girano tanti cortometraggi scolastici perché ci sono i soldi per farlo; per le scuole è un aggiunta all’offerta scolastica in un momento in cui si chiede ai vari istituti di essere attrattivi, per le associazioni è nel migliore dei casi un’attività da aggiungere al cv o un’occasione di guadagno. Al netto della positiva intenzione di aumentare la consapevolezza dei più giovani sulle dinamiche di realizzazione di un prodotto audiovisivo bisognerebbe forse indagare le motivazioni che spingono poi scuole e associazioni a cercare di distribuire questi prodotti in circuiti sbagliati.
Perché vi raccontiamo tutto questo? Perché a breve dovrebbero essere pubblicati i bandi per l’anno scolastico 2026-2027 e quindi presto, molto presto, potreste essere proprio voi a dire “mio figlio ha fatto un film” ma almeno adesso con un po’ più di consapevolezza.
And the winner is…
Si è svolto a fine gennaio il concorso per cortometraggi italiani di Est Film Festival Lago di Bolsena: una selezione per il pubblico generico, una per gli studenti (in qualità di spettatori, non di autori). L’Arco d’argento – Premio AIDO è stato assegnato al film Celestiale di Nicola Grazioli: trovate tutte le informazioni sul sito della casa di distribuzione, compreso il trailer che è anche su Youtube. Il Premio Scuole è stato assegnato a Yuri di Ryan William Harris: oltre al trailer su Vimeo, si può vedere l’intero film sulla piattaforma MUBI. Yuri sarà proiettato a fine luglio a Montefiascone alla presenza del suo autore, che nell’occasione riceverà l’Arco d’argento.
Focus: produrre un corto (sul Lago di Bolsena)
Tutti i corti in concorso a EFF sono prodotti professionali, ben distanti da quelli di cui abbiamo parlato nel primo capitolo di questa newsletter; se abbiamo capito come e perché nasce un corto scolastico, per capire come nasce un cortometraggio “vero” ci siamo rivolti a chi ne ha prodotto uno. Non uno qualsiasi, ma l’unico corto nella selezione di quest’anno girato sul Lago di Bolsena, che abbiamo proiettato in anteprima mondiale. Il corto si chiama Tartuca, la regista è Giulia Tivelli. Alle nostre domande ha risposto Martina Bertuccio, produttrice del film insieme a Vincenzo e Rossella Alfieri, Marco Mingolla e alla stessa Giulia Tivelli.

Perché si fa un corto come Tartuca? Cosa mette in moto tutto quanto e che obiettivo si ha in mente all’inizio?
Sia produttivamente che creativamente, il punto di partenza è stata una semplice, profonda empatia con la storia raccontata da Giulia. Ha risuonato immediatamente con la mia sensibilità e il mio gusto cinematografico. Ho proprio un ricordo vivido della prima lettura del dossier – splendidamente impaginato, che è sempre un po’ il mio soft spot nell’innamorarmi delle storie – e di quando Giulia l’ha pitchata in call.
C’era qualcosa di necessario in questo racconto di un amore familiare “tossico” che però riesce a trasformarsi, nel modo in cui esplorava le dinamiche tra affetto e dipendenza, tra radici culturali diverse e silenzi che pesano quanto le parole. L’obiettivo era portare alla luce questa storia con rispetto e delicatezza, dandole lo spazio visivo e narrativo che meritava.
In cosa consiste la produzione di un cortometraggio? I soldi che servono, chi li cerca/trova/mette e perché lo fa?
Per un corto ci sono diverse modalità di entrare in produzione: autofinanziamento, ricerca fondi, residenze artistiche. In questo caso Giulia era già pronta a investire risorse personali nel progetto: aveva una visione chiara e voleva realizzarla. Noi produttori siamo entrati per aiutare nella gestione del budget e nell’investimento in kind di capacità, opportunità, materiali.
Perché l’abbiamo fatto? Perché abbiamo creduto nel progetto sin dalla prima lettura e volevamo aiutare Giulia a portare alla luce questo film. La produzione di un corto non è quasi mai economicamente vantaggiosa in senso stretto: è un atto di fiducia nel valore della storia e nelle persone che la raccontano.
La location: hai subito avuto in mente il lungolago di Bolsena, o l’avete scelta in un secondo momento e perché?
Ricordo che c’erano diverse scelte tra i laghi laziali, soprattutto Bracciano o Bolsena. Era molto importante in generale la vibe, l’atmosfera, ma poi la casa che abbiamo scelto a Bolsena rispondeva a tutte le esigenze creative e produttive insieme. È stato davvero un gran match: gli spazi interni per raccontare la famiglia disfunzionale e felice allo stesso tempo, la spiaggia sul lago, la possibilità di girare le scene in acqua. Era perfetta.
Quanto avete girato? Con chi avete interagito?
Abbiamo girato in tre giorni, con una preparazione molto focalizzata. Giulia è stata bravissima nella relazione con le attrici e gli attori, con prove mirate, per arrivare sul set il più pronti possibile e girare “velocemente” ma senza sacrificare la qualità. Abbiamo fatto una scelta oculata nella gestione della location, trovando una condizione privata in cui potessimo esprimerci liberamente. La nostra interlocutrice principale è stata la proprietaria della casa, che non aveva mai concesso la sua abitazione per delle riprese: sempre un’arma a doppio taglio perché bisogna essere ancora più rispettosi degli spazi altrui e avere molta capacità diplomatica e comunicativa, sia con la troupe che con l’host. Ma le regole sono sempre le stesse e le più semplici: cura, rispetto, sensibilità.
Ci sono cose che avete pensato in un modo e poi avete dovuto cambiare per necessità produttive?
Forse non sto ricordando di qualcosa che Giulia, da regista perfezionista, avrebbe voluto fare ma noi della produzione non gliel’abbiamo permesso (come succede sempre, ma giuro che non ricordo qualcosa nello specifico). Sicuramente, abbiamo dovuto ottimizzare molto per girare agilmente.
La scena del pranzo è stata quella più complessa per tutti – cast, troupe – e l’abbiamo privilegiata dedicandole quasi un’intera giornata di riprese. Secondo me è stata una scelta oculata che la resa finale premia. Non c’è stato un vero e proprio grande sacrificio produttivo/creativo, ed è questo che ha funzionato, credo. È una filosofia che adotto nel mio modo di fare produzione ma anche nella vita: meglio smussare tutti gli angoli che eliminarne alcuni e trovarsi con altri super appuntiti. Preferisco un equilibrio generale a scelte drastiche che creano nuovi squilibri.
Chiamata in causa, Giulia aggiunge:
Un giorno in più di tempo per le riprese sarebbe stato prezioso, ma considerando il clima incerto di quei giorni è stato meglio concentrarci sui tre giorni di riprese. Se ci fosse stato il budget per richiedere un cameraman subacqueo, lo avrei senza dubbio preso in considerazione, vista la difficoltà delle riprese subacquee in autonomia.
Aneddoti legati alle riprese?
Non ho un aneddoto specifico, ma la prima immagine che mi viene in mente è Giulia in muta da sub, in acqua all’alba, che segue la scena con una doppia macchina – il suo cellulare – insieme a Penelope (la protagonista Penelope Nieto Conti, ndr) e la tartaruga. Ironico e poetico allo stesso tempo. Il lago era davvero splendido con i colori dell’alba: uno di quei momenti in cui capisci perché fai questo lavoro.
In breve
🎭 MARTA | Poco meno di due anni fa abbiamo parlato dell’inaugurazione della Sala della Cultura Tommaso Gentili” a Marta; nelle scorse settimane il Sindaco ha dato un aggiornamento chiarendo come sia “perfettamente a norma, in possesso di tutte le autorizzazioni per renderlo agibile”. L’intento è di trasformarlo in teatro, per il quale si è alla ricerca di una direzione artistica. L’inizio dell’attività è imminente.
🎗️ NASTRI | Sono state annunciate le candidature per la sezione “Documentari” dei Nastri d’Argento, premio istituito dal Sindacato Nazionale Giornalisti e Critici Cinematografici. Nella stessa sezione sono stati attribuiti due premi speciali: il Nastro della Legalità a Giulio Regeni – Tutto il male del mondo di Simone Manetti e il premio Documentario dell’anno a Attitudini: nessuna di Sophie Chiarello; Simone e Sophie si aggiungono agli 8 candidati portando a 10 il numero di registi e registe passati in concorso a Est Film Festival candidati o premiati quest’anno.
📖 LIBRO | L’uscita in sala del film brasiliano L’agente segreto è l’occasione per ricordare un altro film brasiliano uscito l’anno scorso, accolto con entusiasmo al Festival di Venezia e arrivato fino all’Oscar per il miglior film straniero: Io sono ancora qui. Il film è tratto dall’omonimo libro di memorie di Marcelo Rubens Paiva, figlio della protagonisti Eunice (Fernanda Torres, candidata all’Oscar e vincitrice del Golden Globe). Il libro è stato pubblicato l’anno scorso da “La nuova frontiera”: lo trovate qui.
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